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Introduzione
Il coraggio di uno scultore
di Paolo Rizzi

Il coraggio di misurarsi con la grande scultura del passato non manca a Vittorio Tessaro.
E' un segno del nostro tempo. Gli artisti di oggi (i meno conformisti) non vogliono più essere prigionieri di formule stilistiche, e magari di cercare ad ogni costo la novità linguistica. Vogliono essere liberi.
E per loro la libertà significa confrontarsi, giorno per giorno, con la realtà fenomenica del mondo: coglierne uno spicchio, ridurlo alla propria qualità istintiva, approfondirlo in maniera autonoma, darne una propria interpretazione. In sostanza: essere sé stessi. E tutto ciò a costo di subire confronti anche pesanti. Per attingere a questa meta Tessaro ha studiato a fondo le tecniche intrinseche alla scultura. Questo gli è sembrato, fin dall'inizio essenziale.
La conoscenza degli strumenti del modellare gli ha permesso di iniziare, per conto suo, una sorta di lunga paziente battaglia con la forma, che ha inteso persino rifiutare modelli illustri del passato: rifiutarli per non lasciarsene sopraffare.
Si sa: il pericolo è spesso quello di un eccesso di cultura, di cui sono imbevuti molti artisti contemporanei, soprattutto giovani. Tessaro invece ha seguito il proprio istinto; e l'ha fatto a ragion veduta. Ecco i due temi fondamentali del suo discorso plastico: i nudi e gli animali. Tessaro li ha affrontati con assoluta schiettezza, senza infigimenti.
Soprattutto negli animali - tori e cavalli - egli si è sentito di calare la sua energia gestuale, la sua interna forza primaria.
Fremito delle dita; rapidi colpi di stecca; un aggredire quasi la materia. Ne sono usciti dei pezzi di prim'ordine: bronzi e bronzetti caricati al massimo di dinamismo immediato.
Qui l'esempio è stato, sia pur velato, di maestri come Murer e Messina; ma si è trattato, più che altro, di consonanze, di divergenze, non di mutuazioni. Si vedano alcune opere: la grande testa fremente di cavallo in terracotta del 1991, un destriero impennato di nobile fierezza (1990), alcuni tori che annusano l'aria o scattano con impeto.
Con le figure umane, e soprattutto con i nudi femminili, il discorso per Tessaro è stato più complesso. Si sa: intervengono fattori che trapassano dal tormento espressionistico all'erotismo, dalla crudezza realistica alla morbida sinuosità, dall'armonia delle curve all'evidenza muscolare, implicando emozioni e sentimenti dell'artista: quindi stati d'animo. Tessaro aborre le sigle, i cliché: non vuole, come si diceva, né intrupparsi né farsi prigioniero delle formule.
Il suo percorso nel tempo è comunque indicativo di un'evoluzione, che è quella che tende ad un contemperamento tra forma ed espressione, cioè tra modulazione plastica e qualità del sentimento.
Nel Contadino del 1979, come nell'Urlo dell'anno successivo, prevale ancora una macerazione veristica forzata al limite dell'espressionismo: cioè un humus tipicamente popolare.
Poi con gli anni la ricerca di equilibrio si è sviluppata, pur restando l'artista sempre preso da stati d'animo, da emozioni, da impatti psicologici, da attrazioni anche erotiche, comunque dal desiderio di dare alla scultura una sua vibrazione non soltanto fisica.
In questo senso osserviamo il passaggio da un elegante Natasa (1993) ad una Maternità (1992) modellata con senso di affettività naturale, fino a certi nudini aggraziati e pur nervosi, o ad un nudo maschile accucciato che è ben più che uno studio di positura anatomica. Il ventaglio espressivo è vasto, come vasta è la sfera emozionale dell'artista.
Naturalmente la strada che gli si pone davanti è lunga e Lui lo sa. Ma è anche consapevole che una forza interna lo guida.
Ora il tirocinio tecnico è diventato uno strumento duttile per traguardi ancora più importanti. Non c'è più il timore (che hanno spesso i giovani) di lasciarsi sopraffare dalle lezioni stilistiche dei grandi. La frequentazione del passato non deve precludere traguardi ambiziosi. L'importante è approfondire ciò che gli detta dal di dentro l'istinto.




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